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Se vuoi
saperne di più:
Un artista trezzese alla
corte di Filippo Il
Jacopo Nizzola, Trezzo
1515-Madrid 1589
prof.ssa Elena Angeleri
Premessa
Su Jacopo da Trezzo lo
studio ancor oggi fondamentale è quello di Jean Babelon, Jacopo
da Trezzo et la construetion de l'Escorial, Paris 1922. Da allora,
numerosi saggi si sono succeduti, ma tutti molto specialistici e
assolutamente settoriali. Oltre alle fonti storiche, citate nel
corso del presente scritto, la più ricca documentazione
riguardante Trezzo è spagnola.
Babelon riporta nella sua
monografia l'immagine di un ritratto di Jacopo (di cui oggi non
rimane più traccia) eseguito dal pittore olandese Antonio Moro
nel 1560 circa. Anche il medaglista Antonio Abondio ritrasse il
nostro artista già avanti negli anni: la sua effige a mezzo busto
compare sul retro di una medaglia accanto alla dicitura: "JACOBUS
NIZOLLA DE TRIZZIA.MDLXXII".
Jacopo Nizzola, conosciuto
comunemente come Jacopo da Trezzo, nasce attorno al 1514 a Trezzo.
I Nizzola sono lungamente documentati in questa città, ma già
negli anni trenta o forse prima, la famiglia di Jacopo si
trasferisce a Milano: qui egli svolge la professione e da qui
parte per la Spagna negli anni cinquanta.
Le notizie relative alla
vita e alla sua prima attività sono assai scarse. Jacopo fu
incisore di gemme, orafo, medaglista scultore, architetto: il
Thiene- Becker (1) lo nomina "Jacopo da Trezzo il
vecchio", per distinguerlo dal nipote "Jacopo da Trezzo
il giovane" che lo seguì in Ispagna e fu alla sua bottega.
Jacopo Nizzola si firmava "jacopo de trezo o
jacometrezo", come ben documentano le lettere dell'Archivio
di Stato di Firenze indirizzate a Cosimo I Medici, duca di
Firenze, scritte con una grafia minuta e ordinata.
Vasari nelle sue Vite del
1550, parla di "Cosimo da Terzio" erroneamente
riferendosi a Jacopo da Trezzo: "Cosimo da Terzio ancora ha
fatto molte opere degne di questa professione quella cioè di
intagliatore di cammei e gioie; il quale ha meritato, per le rare
qualità sue, che il gran re Filippo cattolico di Spagna lo tenga
appresso di sè... "(2). Lo storico Moriglia, autore della
Nobiltà di Milano, dedica un capitolo a Jacopo, scrivendo: "
... comincio dal lodatissimo Giacomo Trezzo, che fu delli più
famosi, e rari Scultori, e Lapidari c'havesse la nostra Italia e
forsi l'Europa... Quello nobile spirito fu anco miracoloso
nell'intagliare i Cammei; in oltre egli è stato l'inventore che
ha trovato il secreto d'intagliare il Diamante, cosa nel vero più
presto divina che humana..."(3). E costa veniamo a sapere che
a Jacopo si attribuisce addirittura l'invenzione del taglio del
diamante.
A Milano Jacopo con la sua
bottega doveva aver raggiunto una discreta fama come intagliatore
di pietre preziose, cammei e vasi in pietra dura. Di questa prima
attività, se si escludono le medaglie, non rimane nessuna opera.
Ma in che cosa consisteva il lavoro di Jacopo e che peso aveva
nella società del XVI secolo? Bisogna cercare di collocare da un
punto di vista storico e artistico la produzione di oggetti come
cammei, medaglie e vasi di cristallo che a noi oggi non sono più
cosi famigliari ma che all'epoca erano molto richiesti soprattutto
da certe classi sociali.
Se si accetta il 1514 come
data di nascita di Jacopo, la prima attività si può collocare
grosso modo tra il 1530 e il 1553, anno in cui, ormai alle
dipendenze dell'imperatore spagnolo si reca a Bruxelles. In
realtà tutta la vita del nostro artista si svolge, storicamente
parlando, sotto il dominio spagnolo dell'Italia: è l'età di
Carlo V prima e Filippo Il poi, imperatori che ebbero al proprio
servizio i più grandi artisti italiani, per i quali Tiziano
stesso ha dipinto splendidi ritratti.
Se dal punto di vista
storico il periodo in questione viene indicato come epoca di
influenza spagnola (e per quanto riguarda la Lombardia di diretto
dominio spagnolo), dal punto di vista artistico si suole applicare
una periodizzazione differente, segnata, per così dire, da alcune
"cesure" nette. Una di queste è rappresentata dal Sacco
di Roma avvenuto nel maggio del 1527: è il momento più buio del
dominio straniero sull'Italia, quando a Roma Michelangelo ha
appena ultimato la decorazione della Cappella Sistina ed è attiva
ancora tutta la bottega di Raffaello, con allievi e collaboratori
(Raffaello è morto nel'20). Tutta la produzione artistica ha
raggiunto livelli altissimi, mai più eguagliati; ma da questo
momento i pittori e gli scultori italiani, che hanno messo a punto
quella che si definisce "la nuova maniera", si volgono
all'estero, esportano l'arte italiana fuori dai confini, nelle
corti di tutta Europa ben più ricche economicamente e ben più
povere artisticamente.
Paradossalmente dunque, in
un periodo storico e politico di estrema decadenza per gli Stati
italiani, l'arte italiana, quella che va sotto il termine di
manierismo, diviene il grande "stile" europeo, l'arte
delle corti di Fontainebleau, di Madrid, di Praga ... della
"Renaissance" europea. Accanto a pittori, scultori e
architetti, alle corti europee si trovano folte schiere di
artigiani italiani, la cui fama è basata su un'abilità tecnica
che ha del prodigioso e su di una sovrabbondante fantasia
creativa.
Le corti europee e in
particolare quella spagnola richiedono in gran numero oggetti
preziosi, che vanno dai tessuti ai gioielli e alle medaglie, e per
i quali il gusto italiano e la supremazia artistica delle botteghe
italiane sono famosi. L'oreficeria in particolare diviene specchio
della società e della cultura dell'epoca, segno com'è di
prestigio, di sfarzo e di ricchezza. Osservando i ritratti del
tempo, si può notare come alla relativa semplicità ed eleganza
degli abiti e dei gioielli del Quattrocento faccia seguito, nel
secolo XVI, un'abbondanza straordinaria di ornamentazione: questo
vale sia per gli uomini che per le donne, tutti quanti alla
ricerca di oggetti preziosi ed estremamente raffinati.
Sappiamo, ad esempio, che
nel Quattrocento e Cinquecento le donne non usavano la borsetta e
questo le costringeva a portare alcuni oggetti appesi alla
cintura: si appendevano minuscoli portaprofumi (usati pure dagli
uomini) o addirittura piccoli libri in miniatura, impreziositi a
tal punto da essere trasformati in veri e propri gioielli.
Naturalmente molto usati furono spille, bracciali e anelli. Questo
sfarzo sarà ancor più evidente nella seconda metà del secolo,
quando, in seguito alla scoperta di giacimenti di pietre preziose
nell'America del Sud e nelle Indie Occidentali, una quantità
incredibile di oro, argento e pietre arriverà alla corte di Carlo
V dove una folta schiera di artigiani sarà già pronta alla loro
lavorazione. Smalti su oro, pietre preziose e perle, grandi
effetti di colore, lavorazioni che producevano forme zoomorfe,
fantastiche, grande uso poi di smeraldi e di diamanti. Tali pietre
ebbero un ruolo di assoluta preminenza nella formulazione di uno
stile elaborato e virtuosistico che caratterizza tutta l'arte del
Manierismo.
Anche la moda della seconda
metà del secolo segue le tendenze generali del gusto:
l'abbigliamento è meno vistoso e sgargiante, ma in compenso, se
le scollature sparivano, sostituite da rigide e severe golette, i
gioielli iniziavano a ricoprire letteralmente le vesti delle
nobildonne: ogni accessorio, dai bottoni alle cinture, è
ingioiellato con grande profusione di pietre preziose. Non è un
caso che, tornando a Jacopo da Trezzo, proprio a lui Morigia
attribuisca l'invenzione del taglio del diamante. Milano, a
partire dalla prima metà del XVI secolo, diventa un centro di
produzione importante per questo artigianato di lusso. Ma va
precisato che la parola artigianato è assolutamente riduttiva
rispetto a oggetti che sono in alcuni casi vere e proprie opere
d'arte. La bottega dei Miseroni e quella dei Saracchi, Annibale
Fontana, Jacopo da Trezzo, assieme a numerosi altri tagliatori di
pietre, fornirono favolose brocche di diaspro montate in oro
smaltato come quella della SchatzKramrner di Monaco o magnifici
vasi in cristallo di rocca come quello lavorato e montato in oro
smaltato, pietre preziose, cammei e perle a forma di airone del
Kunsthistorisches Museurn di Vienna.
Sappiamo ad esempio che
Jacopo nel 1551 ha fornito a Cosimo de Medici un vaso di cristallo
e che nel 1572, da Madrid, allo stesso personaggio invia un anello
con zaffiro con l'arme di Elenora di Toledo, moglie di Cosimo.
Qualche anno più tardi, sempre nella corrispondenza con il Duca,
Jacopo si offre di procurargli "diamanti trasparenti come
l'acqua": gli invia anche due disegni per mostrargli come si
potrebbero lavorare, consigliando di lasciarli a forma di pera,
con tante facce per portarli appesi al collo. Egli ricorda anche
altre opere, come una custodia in diaspro "guarnita di oro e
argento con molti smeraldi del valore di cinquantamila
ducati", di cui, ahimè!, non resta alcuna traccia.
Purtroppo della intensa
attività di Jacopo come orafo, intagliatore di pietre dure,
testimoniata come si è visto dai documenti e dalle fonti
storiche, non è possibile rintracciare, in forma certa, alcun
oggetto. Unico pezzo che sembra sicurarnente a lui attribuibile è
il cammeo dell'aurora al Kunsthistorisches di Vienna. Tutte le
altre opere sono attribuite a Trezzo su basi stilistiche, vale a
dire sulla somiglianza con le medaglie.
Infatti Jacopo è attivo
anche come medaglista e questa è un'attività che merita qualche
precisazione.
L'invenzione della
medaglia-ritratto è un'invenzione del Quattrocento e prende
spunto dalle monete romane dove molto forte è il senso di
glorificazione personale. Già alla fine del 1300, nell'Italia
settentrionale erano diffuse collezioni di monete antiche, che si
fanno sempre più numerose nel secolo successivo fino a diventare,
dopo il 1450-60, la collezione di antichità per eccellenza.
Famosissima fu quella di Lorenzo il Magnifico e divenne la più
importante allorché nel 1464 egli potè acquistare i fondi delle
raccolte papali.
La medaglia trae dunque
origine dal rinnovato interesse per l'antichità, tipico della
cultura rinascimentale: della moneta antica conserva le dimensioni
piuttosto piccole e diventa un vero e proprio ritratto portatile.
Sul recto è posta l'effigie del personaggio e sul verso
l'allegoria che ne caratterizza la personalità o, nel caso di re
e imperatori, qualche episodio notevole della vita. Cellini, a cui
dobbiamo la maggior parte delle notizie sull'arte orafa
dell'epoca, racconta che nel 1528 egli creò per Federigo Ginori,
un gentiluomo fiorentino, una "medaglia" da portarsi sul
cappello. Le medaglie per le signore invece venivano montate a
pendenti, da portarsi sull'abito. Jacopo da Trezzo, come
medaglista, ritrae la figlia e la moglie di quel Ferrante Gonzaga,
governatore di Milano, che probabilmente lo introduce alla corte
spagnola. In questo ambiente Jacopo ebbe l'incarico di ritrarre
illustri personaggi, a cominciare dagli imperatori stessi e dalle
loro mogli.
Quando entra al servizio di
Carlo V la sua attività si amplia e, nel giro di pochi anni, egli
diviene una specie di consigliere personale di Filippo II su una
vasta gamma di questioni artistiche. Jacopo si occupa di una
quantità di opere, dalle sculture per la famiglia imperiale al
Convento dei Descalzi Reali in collaborazione con Pompeo Leoni,
oltre che di una serie di realizzazioni che riguardano il
Monastero dell'Escorial: progetti per il tabernacolo che richiese
sette anni di lavoro; compra vendita di pietre preziose; soluzioni
tecniche per il taglio e il trasporto dei materiali (invenzioni di
strumenti per la lavorazione del marmo e soprattutto del diaspro
rosso); gestione dell'intero laboratorio di intaglio che aveva
allestito e per il quale aveva chiamato dall'Italia numerosi
artigiani, compreso il nipote.
Infatti l'Escorial, sorto
per volere di Filippo II a pochi chilometri da Madrid, su progetti
di Juan Batista de Toledo e di Juan de Herrera, attira molti
artisti italiani, pittori, scultori e decoratori. Jacopo mantiene
ancora intensi contatti con l'ambiente milanese: suo tramite,
anche alcuni membri della famiglia Miseroni offrono le loro opere
alla corte spagnola. L'Archivio di Simancas e gli altri istituti
madrileni conservano abbondantissimo materiale documentario circa
l'attività svolta da Jacopo per più di trent'anni al servizio
della corte spagnola: dai pagamenti alle note del materiale, dalle
richieste di sovvenzioni ai contratti.
Il 23 settembre 1589 a
Madrid muore, forse in quella via che portava il suo nome e dal
suo testamento apprendiamo che si qualifica come "scultore di
sua maestà" e subito dopo ricorda: "y natural de la
villa de treco ques en el estado de Milan"(4). Jacopo ricorda
più volte nel documento la città di Trezzo "donde
nasci", cioè dove nacqui e per le chiese della sua città
natale dispone diversi lasciti per opere pie e in suffragio della
sua anima; ricorda inoltre che una cappella della chiesa maggiore
di Santa Maria apparteneva alla famiglia Nizzola. Da ultimo si
firma "Jacomo de nizoli da trezo".
Note:
-
U. THIEME-F. BECKER, Aligemeines
Lexicon der bildenden Kunstier von der Antike bis zur Gegenwart,
Uipzig.Engelmann, 1907-1950,37 voll., "ad vocem".
-
G. VASARI, Le vite, con nuove
annotazioni e conunenti di Gaetano Milanesi, Tomo V, Firenze (1550) 1906,
pp. 387-8.
-
P. MORIGIA, Nobiltà di Milano
descritta, Milano 1595, (HA ed. con supplemento del Borsieri, Milano 1619)
pp. 480-83. Per le fonti storiche che parlano di Trezzo si veda A.P.
VALERIO, La medaglia a Milano: 1535- 1565, in AA.VV., Omaggio a Tiziano.
La cultura artistica milanese nell'età di Carlo V, Milano 1977, pp.
135-6.
-
Il testamento di Jacopo è in A.
MARTIN ORTEGA, Testamentos de Escultores, in "Boletin del Seminario
de Estudies de Arte y Arqueologia - Valladolid", XXX, 1964, p. 211
tratto da: "da Villa
Gina allo Jacopo Nizzola" |